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scheda

 

titolo:       Il muro in testa

 

autore:     Vincenzo Abbatantuono

 

prezzo:      € 12,00

 

pagine:      116

 

collana:  Narrativa

 

isbn:         9788861150997

 

L'autore


 

Un sogno attraversa la Storia

e gli idoli e le bandiere, le scritte sui muri,

gli slogan urlati a squarciagola

colorano il sogno e la Storia

e li riempiono di visioni e di impossibili scenari,

sino al risveglio che scrolla e disillude.


L'autore

Vincenzo Abbatantuono, nato a Carbonara di Bari è vissuto a Bitonto fino al 1996, quando si dileguò in Piemonte. Laureato in Lettere, lavora come  educatore, dopo una parentesi da insegnante. Ultras, gestisce www.ultrasblog.biz, un sito di documentazione sul mondo delle curve italiane. Ha pubblicato "Un calcio in faccia, storie di adolescenti ultras"  nel 1996 e "The Final", con altri due "teppisti" anomici anch'essi sedicenti ultrà. Una compagna e due figlie, vive sulle verdi colline torinesi a debita distanza dai centri abitati. Animalista, vegetariano,anarca, juventino.


Recensioni

 Ciò che rende amare e seducenti queste pagine è il loro apparire per quelle che sono, memorie di una gioventù meridionale bella del suo velleitarismo, che coltiva la speranza confusa di rivoltare il mondo con più di un decennio di ritardo rispetto a quel '68 che già aveva palesato il suo incarognirsi, terroristico o craxiano che fosse. Una illusione
antistorica, acritica, in fin dei conti disperata, alla vigilia del crollo del Muro di Berlino.

La politica si mostra dunque come lo spazio vitale del protagonista e la
cifra ideale dell'intero romanzo. Fede e ragione, sì, ma anche
divertissement, battaglia da salotto, nel quale in fin dei conti
l’atteggiarsi a rivoluzionario serve anche a procurarsi sesso facile,
quando non "a dare fondamento ideologico alle peggiori stronzate". Come madame Bovary, incapace di leggere il reale se non attraverso la griglia della letteratura, qui l’universo interpretativo del protagonista è
l’ideologia, quella che ti porta ad ascoltare Radio Tirana come fosse la
voce del sol dell’avvenire. Poi, il risveglio, nel finale, nel quale non
solo matura la morte del comunismo, ma soprattutto delle illusioni.

La vicenda è ambientata nella provincia di Bari degli anni '80, un Sud
intriso di reale, ma anche di idealtipico, ridisegnato dal protagonista
attraverso una visione compiaciutamente manichea di cose e  persone:
ricchi e indigenti, comunisti e fascisti, fidanzati in casa o scopatori
non integrati. Mai, però, buoni e cattivi, perchè l'atteggiamento di
fondo è quello di chi rigetta i pregiudizi in nome di una curiosità
perenne nei confronti dell' "altro", sia esso l'Hare Knshna o l'amica
cattolica ammazzata da un folle.

A ben guardare, è un meridione “odiosamato”, di cui bisogna liberarsi
non solo andando via a cercare la Merica al nord, ma uccidendolo
simbolicamente, cancellandolo dal proprio orizzonte emotivo. Salvo poi
ammettere che in fondo, chi resta è un eroe, come si direbbe di un luogo che si ama disperatamente senza volerlo dire. Non è un caso che nel finire del romanzo il tracollo ad Est del migliore dei mondi possibili, la prospettiva di emigrare e la fine dell'adolescenza si colorino delle stesse cromie.

Sembra dunque un romanzo di formazione politica, ma poi si rivela
tutt'altro: uno strano impasto fra il piccolo mondo antico di Fogazzaro
e il romanzo adolescenziale di Brizzi ma in salsa anni '80 (radio
libere, Sì Piaggio, new wave). Come anche una irresistibile miscela di
vitalismo e sete di esperienze, come se Whitman facesse corto circuito con Hesse. La rievocazione politica è solo sullo sfondo, perchè poi non c'è affatto la coralità del romanzo storico, non ci sono dialoghi o ceselli psicologici su altri che non siano il
protagonista/autore/narratore. Suo il punto di vista sull'universo, come
in un supremo atto di narcisismo.

Un lavoro dunque profondamente lirico, quasi solipsistico, con buona
pace di Walter Scott. Con momenti di comicità irresistibile, come nella
descrizione delle imprese canagliesche,  alcoolico-allucinogene o
sessuali, quelle culminanti in "un coro celestiale di Cherubini
boscevichi a salutare l'avvenuto scappellamento”. Al fondo,
l'aristocratico atteggiamento di un protagonista che non solo detesta
gli approdi banali (gli U2 ripudiati perché divenuti troppo popolari),
ma vi reagisce con l'innato gusto per il gesto scomposto e iconoclasta.
Tifando sempre per Ettore anziché per Achille, beninteso. Che le
illusioni muoiono, ma i deboli ci sono ovunque e c’è bisogno di qualcuno
che li salvi.

-- faber1971